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Il comportamento alimentare (seconda parte)

 

 

IL COMPORTAMENTO ALIMENTARE (seconda parte)

a cura del dr. Andrea Franceschin

 

 

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Ora entriamo nella fase finale.

Qualunque sia la sua evoluzione (patologica o meno), la decisione di iniziare una dieta viene innescata, sia dall’insoddisfazione per la propria condizione fisica, sia dalla rappresentazione-anticipazione dei risultati.

Ecco perché le diete più sperimentate, sono in genere quelle che promettono riduzioni drastiche del peso nell’arco di tempi ridottissimi.

Quanto più nitida è l’anticipazione di come si potrebbe diventare, tanto maggiore sarà la spinta, almeno iniziale, verso la messa in atto dei comportamenti tesi al risultato.

Tuttavia l’atto di immaginazione di un corpo diverso, “nuovo”, ha il forte limite della staticità.

Si nega alla condizione fisica l’essenza della sua natura, in continua evoluzione dinamica, fatta di assestamenti e riequilibri tra variabili estremamente diversificate: predisposizione genetica, situazioni di vita, emozioni, influenze neurochimiche e ormonali, portata degli impegni e tempo libero.

La conoscenza più precisa dei rapporti esistenti tra stimoli esterni , valutazione cognitiva e attivazione di sistemi polipepticidi, apre importanti prospettive per un approccio interdisciplinare che integra la terapia medica con quella psicologica in accordo alle acquisizioni scientifiche più recenti.

Tutte le attuali tecniche psicoterapeutiche, potranno così essere rielaborate in modo unitario e integrato alla luce dell’azione che esse esercitano sui sistemi di neuromodulazione endogena, sino a permettere all’individuo stesso, di manipolare i propri neuromodulatori per finalità terapeutiche.

Un opportuno addestramento potrebbe infatti portare ogni individuo a una attivazione specifica di particolari aree emozionali in conseguenza di una manipolazione volontaria del proprio apparato cognitivo.

Usando tecniche specifiche della psicologia e tecniche psicobiologiche completamente nuove (come la stimolazione elettiva di particolari recettori somatosensoriali), potrebbero essere controllati volontariamente sistemi neuromodulatoriali specifici con effetti di tipo centrale e periferico.

La “dieta” si rivela sempre più frequentemente uno strumento inadeguato e insufficiente, si evidenzia l’insuccesso a lungo termine della prescrizione dietetica tradizionale, rispetto alla validità di un approccio “educativo” finalizzato a rendere il cliente capace di gestire in modo più funzionale ed autonomo il proprio stile di vita.

A parole, le persone esprimono il desiderio di cambiare, ma, di fronte a richieste specifiche di modificazioni delle loro abitudini, presentano comportamenti di resistenza, spesso responsabili di uno sterile braccio di ferro tra operatore e utente.

Come aiutare una persona che chiede l’ennesima prescrizione dietetica?

Le più accreditate strategie e tecniche di intervento dei disturbi alimentari in un’ottica interdisciplinare, devono comprendere: auto-monitoraggio dell’alimentazione e degli stimoli ambientali o interni collegati all’introito alimentare (diario di cambiamento), informazioni cliniche e nutrizionali che stimolano nel cliente il cambiamento, ruolo dell’attività fisica nelle variazioni del peso, ristrutturazione cognitiva (pensieri disfunzionali correlati al cibo e al corpo, la dispercezione corporea, i pregiudizi alimentari, il riconoscimento degli stati d’animo che inducono alla sovralimentazione).

La riabilitazione nutrizionale è troppo frequentemente interpretata dall’operatore come l’adeguamento dell’utente ad una serie di rigide norme e prescrizioni (“mangiare meccanico”).

“Mi fa una dieta?”

“No, la dieta si deve fare insieme.”

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

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