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SARMs: un approccio razionale alla faccenda

SARMs: un approccio razionale alla faccenda

a cura di Giuseppe Seripierri

 

 

Questo articolo non ha lo scopo di pubblicizzare l’uso di sostanze illegali e dei SARMs, ma di fare informazione. Solo chi ha conoscenza, può fare scelte consapevoli e con coscienza.

“Senza conoscenza, non vi può essere coscienza.”

Fatta questa doverosa premessa, sappiamo, come sempre, che le “mode” degli States arrivano a scoppio ritardato in Italia.

Questo accade un po’ in tutti i campi, compreso quello dell’integrazione, termine, in questo caso, utilizzato in maniera alquanto inappropriata, dato che si fa riferimento a molecole dotate di azione farmacologica degna di rilievo.

In realtà, la distinzione tra farmaco/integratore/droga, tra “chimico” e “naturale”, è puramente formale o legale, dato che la chimica è uguale per tutto.

Un atomo di carbonio che costituisce gli aminoacidi che compongono i vostri capelli, le vostre unghie, è uguale ad un atomo di carbonio che trovate nella plastica o nel petrolio. Lo zucchero non è meno “chimico” dell’aspartame, così come la caffeina non è “meno farmaco/droga” della cocaina. Anche la vitamina C è dotata di azione farmacologica. Qualsiasi molecola in grado di attivare recettori, modificare attività enzimatiche, indurre/sopprimere geni, può essere teoricamente classificata come farmaco.

A mio avviso, fanno bene gli anglofoni a chiamare tutto drugs, senza distinzione. Siamo fatti di “chimica”, tutto è chimica, il resto è noia (o soia). Tuttavia in questo caso, attenendoci alla classificazione formale, non possiamo parlare di integratori, né di supplementi dietetici, ma di farmaci. Ah già, quasi dimenticavo l’argomento principale: i SARMs.

Selective Androgen Receptors Modulators (Modulatori selettivi dei recettori androgeni, per gli amici SARMs) sono molecole piuttosto recenti, proposte come alternativa sicura agli steroidi androgeni anabolizzanti per il trattamento della sarcopenia e degli stati cachettici clinicamente associati ad alcune condizioni patologiche (o al semplice invecchiamento).

 

 

Ma perché alternativa “sicura”?

Facciamo un piccolo passo indietro sul sistema endocrino.

Non dovete immaginare questo sistema come un sistema “statico”, “chiuso”, “a tenuta stagnea”. Il rapporto ormoni/recettori è un rapporto “dinamico”, così come lo è la secrezione ormonale stessa. Di ciascun ormone esiste sempre una quantità basale minima circolante, anche quando entrano in gioco ormoni antagonisti. Ad esempio, c’è sempre una minima secrezione basale di insulina (a parte casi patologici, come il diabete tipo I), anche a digiuno, così come c’è sempre una minima secrezione di cortisolo. Questi due ormoni sono tra loro antagonisti, ma non significa che se c’è maggiore secrezione dell’uno i livelli dell’altro vadano a zero. Semplicemente, prevalgono gli effetti dell’ormone che in quel dato momento presenta i livelli più elevati.

Gli ormoni non agiscono come “tasti ON/OFF”, ma subiscono continui aggiustamenti e controregolazioni per mantenere l’equilibrio, l’omeostasi. Alcuni ormoni agiscono rapidamente, nel giro di secondi, minuti, su recettori presenti sulle membrane delle cellule, modificandone il metabolismo (azione non genomica); altri agiscono in maniera più lenta, impiegando giorni, settimane, mesi, per esplicare la propria azione, legandosi a recettori presenti all’interno delle cellule. Il complesso ormone-recettore si lega, a sua volta, a particolari sequenze di DNA nel nucleo della cellula, attivando o reprimendo la trascrizione di determinati geni (azione genomica); infine, molti ormoni possiedono azioni sia genomiche (lente) che non genomiche (rapide).

Per introdurre concetti fondamentali quali affinità recettoriale, agonisti ed antagonisti, mi piace utilizzare il paragone del rapporto ormone-recettore con quello “chiave-serratura”.

In linea di massima, possiamo avere tre situazioni: la chiave entra nella serratura e la apre, la chiave non entra nella serratura (o lo fa solo parzialmente), la chiave entra ma non apre la serratura. La capacità della chiave di entrare nella serratura la chiameremo affinità, mentre la capacità di aprire o meno la serratura la chiameremo rispettivamente attività agonista o antagonista. Se in una serratura inseriamo una chiave che vi entra perfettamente, ma non la apre e vi rimane incastrata (o peggio, si spezza), non potremo aprire la porta, poiché non potremo inserire la chiave che apre la serratura, essendo quest’ultima già occupata.

In maniera analoga, un ormone (o un farmaco) può avere un’elevata affinità con un determinato recettore, ma non è detto che si comporti da agonista (ovvero da attivatore di tutto ciò che è “a valle” di quel recettore). Se l’antagonista presenta una maggiore affinità verso il recettore, non permetterà il legame dell’agonista, bloccando quindi le funzioni di quel recettore. Resta il fatto che, tra due ormoni, a prescindere dall’attività agonista o antagonista, quello che si legherà al recettore sarà quello che presenterà la maggiore affinità verso lo stesso.

Lo “spillover” recettoriale

Esistono diverse classi di ormoni, tra le cui principali abbiamo:

  • ormoni steroidei
  • ormoni peptidici
  • derivati aminoacidici.

Ormoni appartenenti ad una medesima classe avranno strutture simili, e, di conseguenza, recettori simili. Da questo consegue che, specie in elevate quantità, un ormone possa cross-reagire con recettori di altri ormoni appartenenti alla stessa classe, agendo da agonista o da antagonista a seconda dei casi, un fenomeno definito “spillover” recettoriale. È il caso, ad esempio, di insulina ed IGF-1, di GH e prolattina, del cortisolo, che, quando in eccesso, può legarsi ai recettori per l’aldosterone, incrementando la ritenzione di sodio ed acqua, oppure ai recettori per gli androgeni, agendo da antagonista. Anche il diidrotestosterone (DHT) può legarsi ai recettori estrogenici, agendo da antagonista, mentre elevate quantità di progesterone (e derivati) sono in grado di bloccare i recettori per gli androgeni.

Sempre rimanendo nell’ambito del fenomeno dello spillover recettoriale, molti esempi ci vengono dati dalla farmacologia. Un classico caso è quello dei beta-2 agonisti e dei beta bloccanti. I beta-2 agonisti, come clenbuterolo e salbutamolo, agiscono selettivamente sui recettori beta-2 adrenergici, che si trovano soprattutto sulla muscolatura bronchiale (dove la loro attivazione causa broncodilatazione), ma sono scarsamente o per nulla rappresentati sulla muscolatura cardiaca, dove prevalgono gli alfa ma soprattutto i beta-1 adrenergici. Tuttavia, avendo questi recettori strutture e ligandi simili, specie a dosaggi elevati, i beta-2 agonisti possono interagire anche con i recettori beta-1 cardiaci, provocando effetti collaterali a livello cardiovascolare (tachicardia, aritmie, palpitazioni, aumento della gittata cardiaca, ecc.). Viceversa, i beta bloccanti (o antagonisti), quali atenololo e metoprololo, hanno azione antagonista selettiva sui beta-1 cardiaci, con l’effetto di ridurre la gittata cardiaca e la pressione arteriosa. Tuttavia, anche questi possono interagire con i beta-2 bronchiali, bloccandoli, provocando broncocostrizione e conseguenti crisi asmatiche.

Insomma, è un sistema molto dinamico, in cui gioca un ruolo fondamentale l’equilibrio, ed i rapporti tra i livelli dei vari ormoni sono molto più importanti del valore assoluto del singolo ormone.

 

 

Selettività tissutiale

In alcuni casi, un ormone (ma questo accade soprattutto per molecole esogene, sia di sintesi che “naturali”) può comportarsi da agonista recettoriale in determinati tessuti e da antagonista in altri.

È il caso ad esempio del Tamoxifene, un modulatore selettivo dei recettori estrogenici (SERM), utilizzato per il trattamento di alcuni carcinomi mammari ER-sensibili. Il tamoxifene ha un’elevata affinità verso i recettori estrogenici (ER), più elevata dell’estradiolo stesso, ma in alcuni tessuti, specie nel tessuto mammario e nel SNC, si comporta da antagonista, mentre in altri, come in quello epatico, si comporta da parziale agonista (dove ad esempio stimola la produzione di SHBG, trigliceridi e fattori della coagulazione). Questo perché il Tamoxifene è un estrogeno “sintetico”, non steroideo, debole (ovvero con scarsa attività agonista) ma molto affine agli ER.

Su come possa, una molecola, avere effetti selettivi in base al tessuto con cui interagisce, restano ancora molti dubbi e solo ipotesi (ce ne sono diverse). Il rapporto ormone-recettore come l’ho descritto prima è un’estrema semplificazione. In realtà questo rapporto è molto più complesso, entrano in gioco altre molecole (co-attivatori, co-repressori, enzimi, proteine trasportanti gli ormoni come le SHBG, ecc.) che possono essere tessuto-specifiche ed i domini recettoriali di legame con i ligandi, in grado di modificare l’interazione tra ormone e recettore.

Non mi dilungo su questi meccanismi, anche perché tutt’ora risposte certe non ve ne sono. Vi basta sapere che alcune molecole sono in grado di comportarsi in maniera differente, da agonisti o da antagonisti recettoriali, a seconda del tessuto in cui si trovino.

 

 

Steroidi androgeni anabolizzanti (AAS)e rapporto anabolico/androgeno

Gran parte degli steroidi androgeni anabolizzanti (per gli amici AAS) è stata sviluppata per trattare condizioni cliniche associate a sarcopenia, anemia, cachessia, ecc., sia in ambito umano che veterinario. Tutti gli AAS derivano dalla molecola del testosterone (o del diidrotestosterone), a cui sono state fatte alcune modifiche (introduzione o rimozione di gruppi alchilici, di doppi legami, introduzione di atomi di ossigeno, di alogeni o di strutture complesse come anelli pirazolici).

Perché queste modifiche? Perché non il semplice testosterone?

Lo scopo era massimizzare gli effetti anabolizzanti della molecola (sul tessuto muscolare, osseo, sull’eritropoiesi, ecc.) minimizzandone quelli androgeni.

Cosa si intende per effetti androgeni? Per effetti androgeni si intende tutta quella serie di effetti derivanti dall’azione della molecola su tessuti ed organi che portano all’espressione dei tratti fenotipici caratteristici del maschio.

Quindi, l’azione a livello degli organi genitali, della prostata, del cuoio capelluto, dei bulbi piliferi (peluria e barba), delle ghiandole sebacee, del sistema nervoso centrale e delle corde vocali.

Come molecola di riferimento è stato preso il testosterone, con un rapporto effetti anabolizzanti/effetti androgeni di 1:1 (o 100:100, è lo stesso). Così sono stati sviluppati AAS, a parità di quantità, fino a 3-4 volte più anabolizzanti del testosterone e fino al 70-80% meno androgeni. Questo almeno “sulla carta”, la situazione reale è un po’ più complessa. Infatti, i rapporti anabolico/androgeno sono stati decretati a seguito di sperimentazione sui ratti, in cui gli effetti anabolizzanti venivano valutati sul muscolo elevatore dell’ano, mentre quelli androgeni sulla prostata ventrale. Si tratta quindi di dati non al 100% attendibili e traslabili sull’uomo.

Ad oggi non esiste alcun AAS totalmente privo di effetti androgeni, i quali possono essere anche dose-dipendenti (non per forza seguendo una proporzionalità lineare). Ciascun AAS ha un certo grado di affinità verso i recettori androgeni (AR). E allora, cosa determina il basso potere androgenico di alcuni AAS rispetto al testosterone? La scarsa affinità o l’azione antagonista (antagonista può anche significare blando agonista, più affine ai recettori rispetto al ligando originario, come il testosterone, che “spiazza” quest’ultimo dal legame col recettore) verso gli AR di determinati tessuti, quelli “maschili” sopracitati.

 

Quindi potremmo definire gli AAS come modulatori selettivi degli AR (SARMs)?

Esattamente.

Cosa cambia allora tra AAS e SARMs di recente sviluppo? La struttura. Gli AAS sono steroidi, con struttura “base” il testosterone, i SARMs non sono molecole steroidee (non hanno i 4 anelli condensati, il ciclopentanoperidrofenantrene derivato dal colesterolo), ma lo scopo e le modalità d’azione di queste due classi di farmaci sono gli stessi.

Potremmo, teoricamente, anche distinguerli in SARMs steroidei (gli AAS) e SARMs non steroidei, proprio come avviene per gli antiandrogeni (AR antagonisti) utilizzati nel trattamento del carcinoma prostatico. Infatti, abbiamo antiandrogeni steroidei (quali Ciproterone, Megestrolo e Spironolattone – quest’ultimo è anche un antagonista dell’aldosterone) ed antiandrogeni non steroidei (quali Bicalutamide e Flutamide). Ed è proprio da questi ultimi che ha preso origine la sperimentazione di alcuni SARMs. Ad esempio, la molecola del SARM S-4 (o GTX-007, meglio nota come “Andarina”) è stata sviluppata sulla base dell’antiandrogeno non steroideo Bicalutamide. L’S4 ha infatti mostrato un’attività antiandrogena selettiva a livello prostatico ed una discreta attività anabolizzante. La sperimentazione è stata tuttavia abbandonata a causa di effetti collaterali a livello visivo, probabilmente dovuti all’interazione di alcuni metaboliti con gli AR della retina.

 

 

I vantaggi dei SARMs

Una piccola premessa. Tutto ciò che sappiamo sui SARMs dalla “medicina ufficiale”, deriva da sperimentazioni condotte sia su animali che, in alcuni casi, su esseri umani, ma utilizzando dosaggi di gran lunga inferiori (anche nell’ordine di decine di volte) a quelli utilizzati negli “ambienti fitness”. Pertanto, effetti derivanti da dosaggi superiori, sono poco prevedibili ed estrapolabili soltanto dalla pratica di alcuni “topi da palestra” (gymrats per gli amici), che fanno letteralmente da cavie.

Vi starete chiedendo: ma non è lo stesso per gli AAS? Vero.

Anche nei trials clinici condotti sugli AAS, salvo alcune eccezioni, sono stati utilizzati dosaggi terapeutici di gran lunga inferiori a quelli comunemente utilizzati da bodybuilders ed atleti di vari sport (o pensate che negli altri sport siano tutti santi e natural?). Tuttavia, i decenni di uso (abuso) ai fini prestazionali/estetici degli AAS hanno messo in luce la quasi totalità sia degli effetti “terapeutici” che di quelli collaterali.A complicare il tutto si aggiunge il fatto che, spesso e volentieri, prodotti venduti come SARMs contengono tutt’altro che la molecola dichiarata.

 

Primo vantaggio

Un primo vantaggio dei SARMs: assunzione orale con bassa tossicità epatica. Gran parte degli AAS orali, salvo poche eccezioni (come ad esempio mesterolone, metenolone acetato e testosterone undecanoato), presentano un certo grado di tossicità epatica, dovuta all’introduzione di un gruppo metilico in posizione C17 dell’anello steroideo (i cosiddetti “17-alfa alchilati”), necessaria affinché lo steroide non venga degradato quasi completamente e reso inerte dal fegato. Il danno tossico si manifesta con ittero e colestasi (blocco del deflusso della bile verso l’intestino), ritenzione di pigmenti biliari che esercitano azione “detergente” sulle membrane cellulari, con conseguente necrosi e morte delle cellule canalicolari (con rilascio degli enzimi gamma-glutammil transpeptidasi o gamma-GT) e degli epatociti (con rilascio degli enzimi transaminasi, ALT e AST).  Il danno provoca una risposta iperproliferativa compensatoria delle cellule staminali epatiche (Cellule Ovali), pertanto un’assunzione molto prolungata di queste molecole può portare alla formazione di adenomi epatici (tumori benigni del fegato, pericolosi se vanno incontro a rottura e conseguente emorragia) o alla formazione di cavità ripiene di sangue all’interno del parenchima epatico, condizione nota come Peliosi Epatica. Con i SARMs questo non avviene, poichè presentano bassa o nulla tossicità epatica. Ribadisco che questo è ciò che è stato estrapolato dall’utilizzo di dosaggi terapeutici. Dosaggi superiori potrebbero cambiare le carte in tavola.

 

Secondo vantaggio

Un secondo vantaggio dei SARMs: bassa attività androgena. Sebbene non sia del tutto assente, l’attività androgena dei SARMs (con conseguenti effetti virilizzanti) è molto bassa se paragonata ai “classici” AAS. Alcuni SARMs, come S4 e Rad-140, hanno addirittura mostrato un’attività antiandrogena a livello prostatico. Ne consegue che i SARMs rappresenterebbero una scelta migliore rispetto agli AAS per il trattamento della sarcopenia, associata a varie condizioni cliniche, anche su pazienti donne (alcuni, come l’Enobosarm o Ostarina, sono stati sperimentati su donne in post-menopausa, senza alcun effetto virilizzante). Anche qui, ovviamente, parliamo di dati verificati con dosaggi terapeutici.

 

Terzo vantaggio

Un terzo vantaggio dei SARMs: bassa o modesta attività soppressiva nei confronti dell’asse ipotalamo-ipofisi-testicoli (HPTA). L’effetto soppressivo dei SARMs si è dimostrato essere, come per gli AAS, dose-dipendente. Attenzione perché, dose-dipendente, non significa per forza in maniera direttamente proporzionale. Ovvero, se una dose di 3 mg/die di un SARM X provoca una soppressione modesta, non significa che un dosaggio di 4 mg/die debba provocare un effetto soppressivo lievemente maggiore.  Potrebbe anche provocare una soppressione “totale” dell’HPTA, quindi l’effetto potrebbe incrementare in maniera esponenziale all’aumentare della dose. Non lo sappiamo con certezza, dati ufficiali a riguardo non ve ne sono. In alcuni trials clinici, mentre l’Ostarina ha mostrato un lieve effetto soppressivo fino a 3 mg/die, il SARM LGD-4033, già ad un dosaggio di 1 mg/die per 21 giorni, ha portato ad una significativa riduzione dei livelli di testosterone totale, testosterone libero e di gonadotropine.

 

 

Effetti collaterali

Soppressione dell’HPTA.

Come detto sopra, la soppressione dell’HPTA, seppur modesta a basse dosi, c’è. Questo significa che anche i SARMs sono in grado di legare gli AR a livello ipotalamico/ipofisario, esercitando un feedback negativo sulla secrezione di Gn-RH e gonadotropine. Seppur vero che i segnali soppressivi più potenti nei confronti dell’HPTA siano rappresentati dall’attivazione dei recettori estrogenici e progestinici a livello centrale (difatti, gli AAS maggiormente soppressivi sono quelli “aromatizzabili” e quelli dotati di attività progestinica), qualsiasi molecola che attivi gli AR a livello ipotalamico/ipofisario è in grado di inviare un segnale inibitorio all’asse ormonale, SARMs inclusi.

Alcune molecole inibiscono la produzione di androgeni direttamente a livello delle cellule di Leydig del testicolo. Ricordate, inoltre, che la funzionalità dell’HPTA si valuta tramite dosaggi ormonali ematici, non tramite feedback dell’amico del cugino, né tramite vari sintomi, né, ancora peggio, leggendo qualcosa qua e là su qualche forum oltreoceano.

 

 

Perché il testosterone resta il re degli androgeni

Il testosterone è l’ormone androgeno per eccellenza prodotto fisiologicamente. Le sue funzioni non vengono svolte soltanto mediante il legame con gli AR, ma, anche in maniera tessuto-specifica, grazie alla sua capacità di andare incontro a diverse conversioni enzimatiche. Le più importanti sono rappresentate dall’aromatizzazione ad estradiolo e dalla conversione in DHT ad opera della 5-alfa reduttasi.

Ognuno di noi possiede un pool enzimatico e recettoriale specifico nei vari tessuti, ed ognuno di noi per il massimo benessere psicofisico necessita di precisi rapporti tra i livelli ormonali, di un delicato ed unico equilibrio. Molto importanti sono, ad esempio, le conversioni enzimatiche del testosterone in estradiolo ed in DHT a livello del SNC. L’aromatizzazione del testosterone è, entro un certo limite, fondamentale anche nel maschio, soprattutto per quanto riguarda umore e sessualità.

Gli ormoni steroidei esercitano un importantissimo ruolo a livello del SNC, modulando, mediante il legame con recettori pre e post-sinaptici, il rilascio di neurotrasmettitori (dopamina, serotonina, acetilcolina, noradrenalina, ecc.). Lo stesso DHT può essere convertito in 5-alfa-androstanediolo, un blando androgeno ma con un’importante attività modulante i recettori del GABA. Cosa significa tutto ciò? Significa che, almeno ad oggi, non esiste alcun AAS (o SARM) sintetico in grado di mimare perfettamente le azioni del testosterone sul benessere psicofisico, seppur esistano AAS, mg per mg, molto più anabolizzanti. Ne consegue che, qualsiasi molecola che eserciti un’azione soppressiva sulla secrezione di testosterone, che non sia testosterone stesso (SARMs compresi), potrà provocare tutta una serie di sintomatologie associate all’ipogonadismo (letargia, calo di libido, depressione, mancanza di vitalità, ecc.).

 

 

Effetti collaterali estrogenici

“La struttura di un SARM non è adatta ad aromatizzare, ma lui non lo sa ed aromatizza lo stesso.”

Ok, perdonate la battuta, ma era irresistibile. Cosa significa? Che un SARM possa aromatizzare? Assolutamente no. È infatti chimicamente impossibile che avvenga questo processo. L’enzima aromatasi, un’ossidasi a funzione mista appartenente alla famiglia dei citocromi P450, catalizza la trasformazione dell’anello A degli steroidi in un anello aromatico (o benzenico), tramite l’introduzione di un doppio legame e la rimozione del gruppo metilico 19 dalla struttura steroidea (quando ad esempio sentite parlare di “19-nor-testosterone”, significa che manca il gruppo alchilico 19, oppure, la differenza tra adrenalina e nor-adrenalina è proprio la mancanza, in quest’ultima, di un gruppo metilico). L’enzima aromatasi agisce soltanto sugli steroidi. Per quanto riguarda gli ormoni endogeni, le principali reazioni di aromatizzazione sono la conversione del testosterone in estradiolo e dell’androstenedione in estrone (il quale può essere successivamente convertito in estradiolo).

Per quanto riguarda gli steroidi esogeni… beh, la lista è lunga. Non possono, tuttavia, andare incontro a questo processo tutti gli steroidi 5-alfa ridotti, come il DHT ed i suoi derivati, che anzi, spesso si comportano da inibitori dell’aromatasi, oltre che da antagonisti degli ER.

Ma può quindi un SARM causare effetti collaterali estrogenici (ginecomastia, ritenzione idrica, impotenza, letargia, depressione, ecc.)? Per quanto ne sappiamo dai dati ufficiali, sembrano non esserci attività estrogeniche o pro-estrogeniche. Però, però… all’aumentare dei dosaggi potrebbe cambiare tutto. Ricordate il discorso sullo spillover recettoriale e sui rapporti tra i livelli dei vari ormoni? Bene. Chi ci assicura che, a dosaggi più elevati, la molecola di un SARM non vada ad interagire con i recettori estrogenici, o con quelli progestinici, attivandoli? Non solo. Dato che i SARMs sono soppressivi (e chi vi dice il contrario mente), l’inibizione della produzione endogena di testosterone potrebbe causare un alterato rapporto androgeni/estrogeni a favore dei secondi, determinando quindi una situazione di “dominanza estrogenica”, con tutto ciò che ne consegue. Tutto ciò a fronte di cosa? Di guadagni, in termini di massa magra e forza, minimi.

 

 

Dislipidemie

È proprio il caso di dirlo. I SARMs non vanno assunti “a cuor leggero”.

Sebbene in misura inferiore rispetto ai “cugini” AAS orali, anche i SARMs hanno mostrato avere un impatto negativo sui livelli di colesterolo, in particolar modo HDL. Infatti, a dosaggi terapeutici, tutti i SARMs, chi più chi meno, hanno provocato una riduzione significativa della frazione HDL del colesterolo plasmatico (abbastanza marcata con LGD-4033).

Secondo alcuni autori, la riduzione dell’HDL provocata dall’assunzione di androgeni (o dei SARMs) non costituirebbe un fattore prodromico ad un aumentato rischio di incorrere in patologie cardiovascolari. Questo perché, stando a modelli sperimentali, ciò che determina un aumentato rischio cardiovascolare è la modalità con cui viene ridotta la frazione HDL, piuttosto che la sua sola riduzione. Questo fenomeno può avvenire essenzialmente in due modi: per una ridotta produzione della lipoproteina Apo A1, evento che sarebbe associato ad una maggiore incidenza di fenomeni cardiovascolari avversi, oppure mediante un’aumentata clearance (catabolismo) della Apo A1, fenomeno che, invece, non sarebbe associato ad una maggiore incidenza di patologie cardiovascolari. Gli AAS (ed i SARMs) sembrerebbero agire sovraregolando gli enzimi deputati al catabolismo delle HDL. Questo però non deve farvi pensare “che bello, posso sfondarmi di Winstrol e non succede nulla”. Si tratta solo di teorie. Un infarto è per sempre.

 

 

Un vecchio e particolare SAMRs: L’ATD

L’ATD, ovvero androstantrienedione è un inbitore dell’aromatasi steroideo, derivato dall’androstenedione (in maniera analoga ad altri AI steroidei, quali exemestane, formestane, 6-bromo androstenedione e 6-oxo androstenetrione), il quale presenta una peculiarità. L’ATD è infatti in grado di legarsi selettivamente agli AR ipotalamici, esercitando un’azione antagonista.

L’azione antiandrogena a livello centrale dell’ATD simula una condizione di carenza di androgeni, stimolando il rilascio di gonadotropine. Questo fenomeno è potenziato dalla sua azione di AI, che rimuovendo il feedback negativo degli estrogeni, stimola ulteriormente l’HPTA.

Tra i primi prodotti a base di ATD, vi era il Novedex XT della Gaspari Nutrition. Attualmente l’ATD è entrato a far parte della lista di “supplementi” proibiti.

 

 

La cadarina non è un SARMs

Spesso e volentieri viene fatta confusione, e, tra la lista dei SARMs, viene annoverata una molecola che, con i recettori androgeni (ed in genere degli ormoni steroidei), non ha nulla a che vedere. Si tratta del GW-501516 (o semplicemente GW-1516), meglio noto come “Cardarina” o “Endurobol”. Questa molecola svolge un’azione agonista nei confronti dei recettori PPAR-delta, che, in sintesi, sono recettori coinvolti nella trascrizione di diversi geni deputati al controllo del metabolismo del glucosio e degli acidi grassi. Tramite l’attivazione di questi geni, la cardarina incrementa l’ossidazione lipidica a scopo energetico, migliora la sensibilità insulinica e la tolleranza al glucosio e sembra migliorare anche il profilo lipidico ematico (meno LDL, più HDL e meno trigliceridi). Nei ratti ha mostrato anche effetti potenzianti la resistenza aerobica e la capacità cardiovascolare. Sempre nei ratti, anche se a dosaggi piuttosto elevati, ha mostrato proprietà cancerogene.

Ad oggi, i reali effetti sull’essere umano restano in parte sconosciuti.

 

 

Conclusioni

SARMs si o SARMs no? Ne vale realmente la pena?

Come sempre, non mi esprimo su considerazioni di tipo etico/morale.

Non mi competono, né mi interessa dare il mio parere a riguardo. Ognuno della propria salute è libero di far ciò che vuole, assumendosene però a pieno le responsabilità.

Detto ciò, da un punto di vista strettamente “tecnico”, per quanto mi riguarda, la risposta è no. Si corrono rischi analoghi all’assunzione di AAS, spesso non prevedibili, a fronte di scarsi guadagni.

Non fatevi rassicurare dal fatto che molti di questi prodotti siano tranquillamente e “legalmente” venduti online (tra l’altro, in un’elevata percentuale di casi, c’è tutt’altro all’interno), con la garanzia di assenza di effetti collaterali.

Ricordate sempre questa citazione di un medico farmacologo: “Un farmaco, che si sostenga non avere effetti collaterali, molto probabilmente non ha alcun effetto terapeutico”.

 

A cura di Giuseppe Seripierri

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